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Intervista a Federico Tito Moretti, ingegnere e attore
by Paola Caputo
Abbiamo incontrato Federico Tito Moretti al Teatro Aniene di Roma al termine della commedia in vernacolo romano in due atti "Una certa storia romana" assieme ad uno degli autori Giulio de Nicolais d'Afflitto, andata in scena il 13 ed il 14 febbraio e nella quale Federico ha interpretato il ruolo di Michele de Lupis, figlio del compianto Cav. de Lupis.
Chi sei ?
Federico Tito Moretti, ingegnere di formazione ma artista per indisciplina. Scrivo musica, canto, recito e mi ostino a fare teatro perché è l’unico luogo in cui posso fare tutte queste cose insieme.
Di quale segno zodiacale sei?
Capricorno ascendente Capricorno: concreto, responsabile, guidato da ambizione e coerenza.
Qual è la tua pizza preferita?
Vegetariana, per una scelta coerente con il mio stile di vita.
Parlaci del tuo lavoro, come sei diventato attore?
Ingegnere Elettronico, coltivo sin dall’infanzia una profonda passione per la musica e successivamente per il teatro, trasmessa da mio padre, avvocato e regista RAI e di teatro, e da mia madre, annunciatrice e presentatrice tv. Il mio avvicinamento al mestiere di attore nasce nel 2008, con la scrittura della mia prima commedia musicale, portata in scena al Teatro Agorà. Dopo quella esperienza ho deciso di iscrivermi ad un corso di recitazione presso la scuola Kairos di Roma.
Chi è il tuo autore preferito?
Il mio autore teatrale preferito è Pirandello, perché nei suoi testi c’è una profondità rara ed un’attualità sorprendente. Mi affascina la sua capacità di svelare le maschere quotidiane e di mettere in scena l’ambiguità della verità, senza mai offrire risposte semplici.
Chi è il tuo maestro in recitazione?
Ne cito due. Nora Orlandi, con cui ho condiviso un percorso fatto di musica e teatro all’interno della scuola “Bottega delle Note”: un’esperienza formativa fondamentale, che mi ha insegnato il valore dell’ascolto, del lavoro di “ensemble” e della disciplina artistica. Accanto a lei, Adriano Saleri, da cui ho appreso il rigore della scena e l’importanza della precisione attoriale, elementi che hanno contribuito in modo significativo alla mia crescita professionale.
Quale è il tuo autore musicale preferito?
Wolfgang Amadeus Mozart, in assoluto. Un genio capace di unire rigore e leggerezza, profondità e naturalezza. I suoi arrangiamenti continuano a sorprendermi per l’equilibrio perfetto tra complessità tecnica ed emozione immediata.
Qual è il tuo abito preferito?
Non ho un abito preferito, ma se dovessi proprio scegliere, direi giacca e cravatta elegante: perché, almeno una volta tanto, mi piace dare l’illusione di essere una persona estremamente seria.
Il tuo sogno?
Cantare a Sanremo una mia canzone
e vedere una mia opera teatrale e musicale vivere sui palcoscenici più importanti del mondo, magari con me in scena. In fondo, i sogni non hanno età: chiedono solo di essere messi in scena.
Il tuo libro ... preferito?
Il deserto dei Tartari, di Dino Buzzati. Un libro che parla di attesa, illusioni e del tempo che scorre, spesso senza chiedere permesso. Ogni volta che lo rileggo mi ricorda quanto sia importante non restare fermi ad aspettare, ma scegliere di vivere davvero.
Il tuo progetto professionale, cosa hai in cantiere?
Ho nuove commedie in lavorazione: alcune nascono come idee, poi diventano copioni… e a quel punto non posso più fermarle. Come autore e commediografo, mi piace costruire storie che facciano sorridere ma anche pensare. E, tra una battuta e l’altra, sto preparando anche un album da cantautore: perché certe emozioni, prima di finire in scena, chiedono di diventare musica. Infine, dopo la commedia “Una certa storia Romana”, appena messa in scena al Teatro Aniene, sarò al Teatro Duse di Roma, come attore e autore di una canzone dedicata alla coppia in “Pericolo di coppia” di Marco Cavallaro, con Giulio Marino e Jessica Ferro, per la regia di Ottavio Buonomo, dal 13 al 15 marzo 2026.
Un tuo consiglio ai giovani attori attrici?
Studiare, sbagliare, osservare molto e prendersi il tempo necessario. Non avere fretta di “arrivare”, perché il teatro non è una corsa ma un percorso. E, soprattutto, non smettere mai di divertirsi: se smetti di giocare, il pubblico se ne accorge subito.
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