Perché iniziano le guerre? Saggio–riflessione di un ucraino
by Petro Olar
Le guerre non cadono dal cielo. Non nascono dai tuoni né da profezie maledette. Le guerre cominciano negli uomini — o meglio, in quei vuoti del cuore che per troppo tempo non vogliamo vedere. La guerra nasce là dove l’indifferenza di alcuni incontra l’insaziabile desiderio di arricchimento di altri, dove le ambizioni aggressive del più forte si sovrappongono alla debolezza o al torpore del vicino. Da questo scontro germoglia ciò che porta morte, distruzione e sogni spezzati — il pungiglione nero della guerra. Le mie riflessioni sono simili a quelle che ha vissuto ogni ucraino che ricorda l’alba tagliata dal suono delle sirene. Io stesso, già nel 2014, ho iniziato a filmare ad Artemivsk e Debaltseve il documentario “Ricordo di una guerra alla vigilia della vittoria”. Alla colonna sonora non si badò allora... e dieci anni dopo, sulla radio “Ukrainska Khvylia z Europy”, l’hanno ascoltata appena 437 persone e un solo commento — numeri che parlano più del silenzio che della guerra. Eppure quel film, e altri cinque girati al fronte, continuano a vivere e parlare.
(Il film è disponibile qui: https://youtu.be/L9Tqnstm4Ok?si=ju8u24hu30dAhhl5).
La canzone del film è interpretata da Volodymyr Smotritel. Il film è stato creato tra il 2014 e il 2019 durante i miei viaggi di volontariato — con mia moglie Anna — verso i feriti negli ospedali di Artemivsk, o verso la linea del fronte a Debaltseve, trasportando reti mimetiche, cibo, aiuti umanitari. Quelle reti salvavano vite, fermavano schegge e mine che cadevano sulle teste dei soldati.
Oggi questo film — che racconta la dura quotidianità di una guerra nel cuore dell’Europa, in un XXI secolo dove una guerra non dovrebbe nemmeno esistere — provoca perfino il blocco di alcuni account su YouTube. Eppure continua a parlarmi, a tormentarmi con i ricordi dell’ultima guerra, “alla vigilia della vittoria”. Perché credo: arriverà il giorno in cui avremo molto da ricordare e molti da ricordare. La guerra non è mai finita. E io ho continuato a filmare. Perfino il mio documentario-confessione “Colui che è morto al posto mio” nasce da un dolore personale. Racconta del mio fratello d’armi — un uomo che mi divenne più di un amico — e che i suoi genitori, sua sorella e suo figlio consideravano come un fratello anche per me. Era Mantas. Colui che ha visto la verità più da vicino della morte stessa.
E oggi, parlando della guerra, non posso non tornare a questo ricordo, a questo esempio di una vita breve, ma piena d’amore.
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