Pace in Ucraina: sintesi degli sviluppi, incontri in Alaska e Washington. Affinità con Monaco 1938.
L'offensiva russa in Ucraina non può essere letta come una semplice reazione alle politiche occidentali. Le vere motivazioni affondano le radici nella storia, nell’ideologia e nella politica interna di Mosca. Si tratta di un conflitto che riflette le ambizioni geostrategiche del Cremlino, alimentate da un’eredità imperiale mai davvero superata e da rivendicazioni territoriali che risalgono all’epoca zarista e sovietica. Una strategia che risponde anche a logiche di potere interne, funzionali alla legittimazione del regime.
by Giulio de Nicolais d'Afflitto
Il messaggio sottinteso è chiaro: lasciare la Crimea alla Russia in cambio della restituzione dei territori occupati nel Donbass. Una soluzione che Bruxelles potrebbe accettare, mentre Zelensky si troverebbe costretto a valutare la possibilità di una dolorosa resa strategica, a fronte di garanzie solide. A farne le spese, ancora una volta, sarebbero le minoranze locali, in particolare quella tatara, già colpita dalla repressione russa in Crimea.
la mia opinione in merito è che la formula diplomatica emersa dai vertici tra Trump, Putin e Zelensky rappresenta un cambio di paradigma inquietante: non più una tregua, ma una trattativa che normalizza l’aggressione russa attraverso concessioni territoriali mascherate da compromesso. L’idea di una “cessione di fatto” della Crimea, senza riconoscimento “di diritto”, è una costruzione retorica che rischia di legittimare l’annessione e di svuotare il principio di sovranità.
La proposta di garanzie di sicurezza “equivalenti all’articolo 5” della NATO, ma senza adesione formale, è una soluzione che salva la faccia al Cremlino più che tutelare l’Ucraina. In questo quadro, la Crimea viene trattata come una pedina sacrificabile, attribuendo la sua perdita all’inerzia dell’amministrazione Obama, mentre il Donbass diventa moneta di scambio per una pace fragile e condizionata.
L’apertura di Bruxelles a questa formula evidenzia una deriva pragmatica che rischia di compromettere i valori fondanti dell’Unione Europea. Zelensky, stretto tra la difesa dell’integrità territoriale e la pressione internazionale, si trova di fronte a una scelta drammatica: accettare una resa strategica o continuare una guerra che l’Occidente sembra voler archiviare.
La similitudine è storicamente inquietante: come nel 1938 a Monaco, si tenta di placare l’aggressore cedendo territori al fine di evitare un conflitto più ampio. Ma la storia ha già mostrato che la pace ottenuta a spese della giustizia e della sovranità è una pace illusoria. Allora fu la Cecoslovacchia, oggi è l’Ucraina.
Infine, il silenzio sulla sorte delle minoranze locali, in particolare quella tatara in Crimea, rivela quanto poco contino i diritti umani nel disegno geopolitico delle grandi potenze. La formula proposta non è una via verso la pace, ma un precedente pericoloso che potrebbe riscrivere le regole del diritto internazionale a favore della forza.
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