N°13/2010 Registro Stampa Trib.di Roma il 19/01/2010 - Direttore Responsabile: Giulio de Nicolais d'Afflitto.
NUMERO 188° Ottobre 2026 Anno XVI°               

Droni russi nel Mediterraneo. Italia tra i possibili obiettivi?

 L’allarme riportato da El Mundo parla di informazioni raccolte dall’intelligence statunitense su una possibile operazione russa contro Italia, Francia e Spagna, condotta con droni Gerbera nascosti in container e lanciati da navi nel Mediterraneo. Roma, tuttavia, precisa che il presunto alert non risulta arrivato a livello operativo, diplomatico, militare o d’intelligence. Sullo sfondo resta il precedente dell’aeroporto tedesco di Lipsia/Halle, dove in agosto è stato rinvenuto un drone armato di esplosivo, episodio che ha riacceso in Europa il dibattito sulla vulnerabilità delle infrastrutture strategiche.

Droni russi nel Mediterraneo. Italia tra i possibili obiettivi?

by Giulio de Nicolais d'Afflitto

L’Europa si trova davanti a uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato appartenere alle simulazioni militari e che oggi, dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina e una lunga sequenza di episodi attribuiti o sospettati di appartenere alla cosiddetta guerra ibrida, viene preso in considerazione dalle intelligence occidentali: la possibilità che droni russi possano essere lanciati direttamente dal Mediterraneo contro obiettivi situati in Italia, Francia o Spagna, aggirando così la distanza geografica che fino ad oggi aveva fatto percepire il fianco meridionale dell’Europa come relativamente lontano dalla zona di maggiore tensione con Mosca. Secondo quanto pubblicato il 24 settembre dal quotidiano spagnolo El Mundo, i servizi statunitensi avrebbero raccolto informazioni riguardanti possibili piani di escalation del Cremlino e le avrebbero condivise con diversi governi europei, delineando uno scenario nel quale normali navi mercantili potrebbero trasformarsi in piattaforme mobili dalle quali far decollare piccoli velivoli senza pilota.

Il particolare che rende lo scenario particolarmente delicato è proprio il metodo ipotizzato: secondo una fonte vicina al ministero della Difesa lituano citata nell’inchiesta, i droni potrebbero essere occultati all’interno di container trasportati da navi e successivamente lanciati dal mare, rendendo assai più complesso stabilire preventivamente quale imbarcazione costituisca una minaccia e soprattutto distinguere un normale traffico commerciale da un’operazione ostile. Il modello indicato sarebbe il Gerbera, un velivolo lungo circa due metri, con apertura alare di circa due metri e mezzo, peso fino a 18 chilogrammi, velocità nell’ordine dei 160 chilometri orari e autonomia dichiarata che può raggiungere i 600 chilometri, caratteristiche che, almeno sul piano teorico, consentirebbero a una nave situata alcune centinaia di chilometri al largo di raggiungere una parte considerevole del territorio italiano senza che il drone debba attraversare preventivamente le frontiere terrestri di altri Stati della NATO.

Non si tratta di un'arma concepita per provocare devastazioni paragonabili a quelle di un missile da crociera: il Gerbera può trasportare, secondo le caratteristiche riportate dalle fonti citate, un carico esplosivo relativamente ridotto, nell’ordine dei quattro o cinque chilogrammi, insufficiente per distruggere una grande infrastruttura ma potenzialmente capace di provocare incendi, danneggiare apparecchiature esposte oppure determinare, anche soltanto per ragioni precauzionali, la chiusura temporanea di un aeroporto o di un porto. È proprio questa sproporzione tra il costo e la potenza limitata dell’arma da una parte e le conseguenze operative, mediatiche e psicologiche che potrebbe generare dall’altra a rendere uno scenario simile particolarmente significativo nell’ambito di una strategia di pressione ibrida, nella quale l’obiettivo non sarebbe necessariamente infliggere enormi danni materiali, ma dimostrare la capacità di raggiungere territori ritenuti sicuri e costringere gli Stati interessati a reagire.

Ed è qui che assume un peso particolare quanto accaduto in Germania all’inizio di agosto, quando un drone munito di esplosivo è stato rinvenuto nell’area dell’aeroporto di Lipsia/Halle, uno dei principali poli europei del trasporto merci e snodo fondamentale delle attività cargo di DHL. L’episodio provocò limitazioni operative e deviazioni di voli mentre gli artificieri intervenivano sul velivolo, inducendo il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt a parlare di una nuova dimensione della minaccia ibrida; le autorità tedesche hanno aperto un’indagine antiterrorismo sull’origine del drone e sugli eventuali responsabili, mentre la Russia ha negato il proprio coinvolgimento negli episodi di sabotaggio che le sono stati attribuiti o sospettati negli ultimi anni.

Il precedente di Lipsia diventa quindi importante non perché dimostri automaticamente che un attacco contro l’Italia sia stato deciso — conclusione che allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili non sarebbe giustificata — ma perché mostra quanto un piccolo drone possa trasformarsi in un problema strategico quando compare improvvisamente all’interno o nelle immediate vicinanze di un’infrastruttura critica. Aeroporti, porti, depositi logistici, installazioni energetiche e basi militari sono strutture nelle quali anche un ordigno di potenza limitata può generare effetti molto superiori alla propria capacità distruttiva, perché la semplice necessità di verificare la presenza di altri dispositivi, mettere in sicurezza l’area e interrompere temporaneamente le attività può produrre conseguenze economiche e operative rilevanti. È precisamente questa combinazione fra vulnerabilità materiale e amplificazione psicologica a rendere i droni uno degli strumenti più difficili da affrontare nell’attuale confronto fra Russia e Occidente.

Secondo la ricostruzione pubblicata da El Mundo, l’allerta sarebbe maturata nel quadro delle informazioni raccolte dagli Stati Uniti e condivise con partner europei dopo una serie di contatti diplomatici e d’intelligence, mentre fonti europee citate dalla stampa sostengono che un eventuale attacco avrebbe soprattutto una funzione destabilizzante: alimentare paura nell’opinione pubblica, mettere sotto pressione il sostegno europeo all’Ucraina e verificare contemporaneamente la capacità di reazione dei Paesi della NATO senza necessariamente oltrepassare immediatamente la soglia di un conflitto convenzionale aperto. È una dinamica che rientrerebbe nel concetto di “zona grigia”, quella fascia nella quale operazioni di sabotaggio, cyberattacchi, disinformazione e azioni clandestine possono produrre effetti politici e strategici pur mantenendo deliberatamente difficile l’attribuzione certa della responsabilità.

Per l’Italia la geografia descritta nell’allarme è inevitabilmente significativa, perché un Gerbera con un’autonomia teorica di circa 600 chilometri, se lanciato da una piattaforma navale situata nelle acque internazionali del Mediterraneo, potrebbe raggiungere una vasta porzione della Penisola; secondo la cartografia richiamata dalla stampa, quasi tutto il territorio nazionale rientrerebbe teoricamente nel raggio operativo, con l’eccezione di alcune aree del Nord-Est. Questo, tuttavia, rappresenta una valutazione delle possibilità tecniche del sistema e non equivale alla prova dell’esistenza di una missione già pianificata contro specifici obiettivi italiani, distinzione essenziale per evitare di trasformare un’informazione d’intelligence riportata dalla stampa in un annuncio di attacco imminente.

Ed è proprio su questo punto che da Roma è arrivata una significativa frenata. Fonti qualificate italiane contattate dall’ANSA hanno dichiarato che il presunto alert descritto da El Mundo non risulta essere arrivato all’Italia ad alcun livello operativo, d’intelligence, diplomatico o militare, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato che l’allarme pubblicato dal quotidiano spagnolo non trova conferma, invitando a non aggiungere ulteriore tensione a una situazione internazionale già estremamente delicata. Le due informazioni devono quindi essere tenute insieme: esiste un’inchiesta giornalistica che riferisce di informazioni dell’intelligence americana su una possibile operazione russa nel Mediterraneo, ma non esiste al momento una conferma ufficiale italiana dell’esistenza di un allarme operativo riguardante un attacco imminente al nostro Paese.

La questione, dunque, supera la singola indiscrezione e riguarda la trasformazione stessa della sicurezza europea: per decenni la distanza geografica dal fronte costituiva una delle principali difese naturali dei Paesi dell’Europa occidentale e mediterranea, mentre la diffusione di droni economici, relativamente piccoli e potenzialmente trasportabili all’interno di normali infrastrutture logistiche riduce progressivamente il valore di quella distanza. Una nave che appare come parte del traffico commerciale internazionale potrebbe teoricamente avvicinare una piattaforma di lancio alle coste europee senza richiedere grandi installazioni militari, mentre un velivolo di dimensioni contenute potrebbe volare verso un obiettivo producendo un problema di identificazione, attribuzione e risposta assai diverso da quello rappresentato da un missile tradizionale.

È questa, forse, la vera ombra che il caso di Lipsia proietta oggi sul Mediterraneo: non la certezza che un attacco russo contro Italia, Francia o Spagna sia imminente, perché una simile conclusione non è sostenuta dalle conferme pubblicamente disponibili, ma la dimostrazione che il confine fra fronte e retrovia è diventato molto più sottile e che aeroporti, porti e infrastrutture situati a migliaia di chilometri dall’Ucraina devono ormai considerare scenari che fino a poco tempo fa appartenevano soprattutto alla pianificazione militare. L’Europa mediterranea non è improvvisamente diventata un campo di battaglia, ma la tecnologia dei droni e la natura della guerra ibrida stanno progressivamente cancellando quella distanza psicologica che per anni aveva separato il conflitto orientale dalla vita quotidiana dell’Europa occidentale, ed è probabilmente questo, più ancora dell’eventuale potenza esplosiva di un Gerbera, il dato strategico più importante dell’allarme emerso oggi. 

Pubblicato: 24/09/2026
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