“Mr. Nobody Against Putin”: l'infanzia russa è militarizzata
by Giulio de Nicolais d'Afflitto
Ci sono immagini in Mr. Nobody Against Putin che possiedono una forza superiore a qualsiasi discorso politico, perché davanti alla telecamera di Pavel “Pasha” Talankin compaiono bambini e adolescenti russi coinvolti in attività di carattere militare, uomini in uniforme che entrano nella scuola, armi mostrate agli studenti e persino mine portate all’interno delle aule e utilizzate per spiegare ai ragazzi come riconoscerle, creando una sovrapposizione impressionante tra il luogo che dovrebbe essere destinato alla conoscenza, alla crescita e alla formazione delle nuove generazioni e l’universo della guerra, delle armi e del combattimento.
È proprio partendo da queste immagini che si comprende la portata di Mr. Nobody Against Putin, diretto da David Borenstein e Pavel “Pasha” Talankin e premiato con l’Oscar 2026, perché il documentario non si limita a raccontare la propaganda attraverso la quale il potere russo ha accompagnato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022, ma permette di osservare dall’interno anche il danno che la progressiva militarizzazione della società può produrre sullo stesso popolo russo, sui suoi giovani e soprattutto sui bambini che crescono imparando a considerare sempre più familiare ciò che dovrebbe invece appartenere all’eccezionalità tragica della guerra.
Bisogna tuttavia evitare un equivoco storico, perché ciò che vediamo nel documentario non nasce improvvisamente nel febbraio del 2022 e chi negli anni precedenti aveva seguito immagini, filmati e testimonianze provenienti dalla Russia aveva già potuto osservare bambini inquadrati in uniforme, piccoli reparti impegnati in sfilate patriottiche, fucili di legno o riproduzioni di armi nelle mani dei più giovani e perfino carri armati di cartone utilizzati nelle rappresentazioni dedicate alla memoria militare, in una commistione tra gioco infantile, celebrazione della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, educazione patriottica e progressiva familiarizzazione con l’immaginario delle Forze armate.
Non sarebbe corretto considerare automaticamente ognuna di quelle manifestazioni come un vero addestramento militare, poiché in molti casi si trattava di commemorazioni, spettacoli scolastici, ricostruzioni storiche o celebrazioni legate soprattutto al 9 maggio, il Giorno della Vittoria, ma la ripetizione di quelle immagini aveva comunque contribuito nel tempo a rendere l’uniforme, il soldato, il carro armato e persino la rappresentazione dell’arma elementi riconoscibili dell’universo infantile, creando un terreno culturale sul quale, dopo l’inizio della guerra su vasta scala contro l’Ucraina, sarebbe stato possibile innestare programmi molto più sistematici di educazione militare-patriottica.
Un passaggio fondamentale di questa storia precede infatti di sei anni l’invasione del 2022 ed è rappresentato dalla nascita, nel 2016, della Yunarmiya, Юнармия, l’“Esercito della Gioventù”, movimento militare-patriottico sviluppato con il sostegno del Ministero della Difesa russo durante il mandato di Sergei Shoigu e aperto anche a bambini molto piccoli, a partire dagli otto anni, all’interno del quale uniformi, disciplina, attività sportive, cerimonie, memoria militare e familiarizzazione con l’ambiente delle Forze armate sono diventati elementi di un percorso educativo organizzato e non più soltanto immagini occasionali provenienti da singole celebrazioni.
Già nel 2017, appena un anno dopo la nascita della Yunarmiya, giovani appartenenti al movimento partecipavano alle celebrazioni militari del 9 maggio, mentre negli anni successivi numerose immagini hanno documentato bambini e adolescenti in uniforme, esercitazioni e manifestazioni nelle quali il mondo militare veniva presentato alle nuove generazioni come componente dell’identità nazionale, e ancora nel 2019, nella Crimea occupata dalla Russia, venivano documentati bambini vestiti con uniformi di foggia sovietica, minori con armi giocattolo e ragazzi invitati a osservare equipaggiamenti militari e persino a guardare attraverso il mirino di un lanciagranate durante esposizioni dedicate alle Forze armate.
È dunque più corretto leggere il 24 febbraio 2022 non come l’origine, ma come un gigantesco punto di accelerazione, perché con l’invasione dell’Ucraina ciò che precedentemente apparteneva soprattutto alle organizzazioni patriottiche, alle commemorazioni, alle manifestazioni militari e a determinati programmi giovanili penetra con una forza nuova nella scuola ordinaria, attraverso alzabandiera, cerimonie obbligatorie, nuove attività educative e le cosiddette “Conversazioni su cose importanti”, lezioni nelle quali agli studenti vengono presentati temi legati alla patria, alla storia e, direttamente o indirettamente, alla versione ufficiale del conflitto proposta dalle autorità russe.
È esattamente in questo passaggio storico che Mr. Nobody Against Putin acquista il suo eccezionale valore documentario, perché Talankin non osserva una manifestazione pubblica dalla strada e non filma bambini che hanno scelto di partecipare a un’organizzazione militare-patriottica, ma lavora nella scuola n. 1 di Karabash, città industriale degli Urali, dove è insegnante e responsabile delle riprese degli eventi scolastici, una funzione che gli consente di trovarsi nel punto esatto nel quale le direttive provenienti dall’alto vengono trasformate in cerimonie, lezioni, rappresentazioni e attività destinate concretamente agli studenti.
La straordinarietà della vicenda nasce anche dal paradosso della posizione occupata dallo stesso Talankin, perché egli deve filmare quelle attività affinché la scuola possa documentare di avere rispettato le disposizioni ricevute dalle autorità, ma proprio la videocamera utilizzata come strumento della comunicazione ufficiale finisce progressivamente per diventare uno strumento di testimonianza, attraverso il quale viene conservata una quantità enorme di immagini che, viste una dopo l’altra, raccontano la trasformazione della scuola e l’ingresso sempre più profondo della guerra nella quotidianità degli studenti.
All’inizio il cambiamento può sembrare fatto soprattutto di simboli, attraverso bandiere, inni, alzabandiera, discorsi sulla patria e lezioni dedicate alla cosiddetta “operazione militare speciale”, ma progressivamente la distanza tra rappresentazione e realtà si riduce, perché nella scuola entrano uomini in uniforme, compaiono attività di carattere militare, vengono mostrati equipaggiamenti e armi e alcuni ragazzi indossano elementi dell’abbigliamento militare, fino al momento nel quale davanti agli studenti compaiono oggetti che non appartengono più al teatro simbolico del patriottismo ma direttamente alla realtà concreta del campo di battaglia.
Tra le sequenze più difficili da dimenticare ci sono infatti quelle nelle quali uomini legati al gruppo Wagner mostrano agli studenti materiale militare e spiegano come riconoscere una mina antipersona, introducendo fisicamente dentro una scuola un oggetto concepito per la guerra e facendo così compiere alla militarizzazione dell’educazione un salto simbolico enorme, perché tra un bambino che durante una manifestazione impugna un fucile di legno e uno studente davanti al quale un adulto in uniforme illustra il funzionamento o il riconoscimento di una mina esiste una differenza che non può essere ignorata.
È proprio questa differenza a rendere ancora più significative, retrospettivamente, quelle immagini di bambini in uniforme, fucili giocattolo e carri armati di cartone che avevamo già visto circolare negli anni precedenti sui social e nei servizi giornalistici, perché ciò che poteva apparire come folklore patriottico, celebrazione storica o rappresentazione infantile acquista dopo il 2022 un significato diverso, nel momento in cui l’universo militare non rimane confinato alla festa o alla commemorazione ma diventa parte sempre più concreta del percorso educativo e della quotidianità scolastica.
Il documentario mostra così un processo di normalizzazione, forse ancora più inquietante proprio perché non avviene attraverso un unico evento traumatico ma attraverso una successione di piccoli cambiamenti, mentre i ragazzi continuano a ridere, scherzare, annoiarsi durante le lezioni e vivere le proprie amicizie come farebbero gli studenti di qualsiasi altra scuola, mentre intorno a loro aumentano le bandiere, le cerimonie, le lezioni dedicate alla guerra, le uniformi e infine le armi, fino a rendere progressivamente familiare ciò che, in una società non coinvolta in un processo di militarizzazione, dovrebbe appartenere a un mondo radicalmente separato dall’infanzia.
È qui che emerge anche uno dei significati politici e umani più profondi del film, perché Mr. Nobody Against Putin permette di osservare il male che il sistema di potere di Mosca finisce per infliggere allo stesso popolo russo, senza per questo confondere o equiparare tale condizione con quella dell’Ucraina, che dal 2022 subisce direttamente sul proprio territorio l’invasione, i bombardamenti, le distruzioni e le conseguenze umane della guerra, ma ricordando che anche all’interno della società russa le decisioni del potere hanno un prezzo pagato da famiglie, giovani chiamati alle armi e bambini ai quali viene proposto sempre più precocemente un immaginario militarizzato.
Lo stesso Pavel Talankin impedisce inoltre di commettere l’errore di identificare automaticamente il popolo russo con il potere che lo governa, perché Talankin è russo, lavora in una scuola russa, conosce quei ragazzi, appartiene a quella comunità e tuttavia decide progressivamente di trasformare il proprio ruolo in quello di testimone, dimostrando con la sua stessa presenza che dentro una società sottoposta a una forte pressione politica e propagandistica possono continuare a esistere individui capaci di osservare, dubitare, dissentire e infine rischiare personalmente affinché ciò che hanno visto possa essere conosciuto all’esterno.
Il titolo Mr. Nobody Against Putin acquista proprio per questo una forza particolare, perché Talankin è apparentemente un “signor nessuno”, un uomo che non possiede televisioni, non comanda eserciti, non dirige partiti e non stabilisce i programmi educativi della Russia, ma dispone semplicemente della videocamera che gli è stata affidata per documentare la vita della scuola, e attraverso quell’oggetto riesce a costruire una testimonianza capace di sopravvivere alle cerimonie ufficiali e di mostrare al pubblico internazionale ciò che stava avvenendo dietro le porte di un istituto scolastico degli Urali.
Il film diventa ancora più doloroso quando il rapporto tra scuola e guerra smette definitivamente di essere soltanto simbolico, perché i bambini crescono, gli studenti diventano giovani adulti e alcuni ex allievi vengono chiamati alle armi e mandati al fronte, come accade a Maxim Kozlov, ex studente della scuola che aveva appena ventidue anni quando venne mobilitato nel settembre del 2022 e che morì poco tempo dopo nei combattimenti nella regione di Luhansk, trasformando improvvisamente in tragedia concreta quel percorso che lo spettatore aveva osservato attraverso uniformi, cerimonie e retorica patriottica.
È allora che anche l’immagine apparentemente innocente del carro armato di cartone assume retrospettivamente un significato diverso, perché il bambino che gioca al soldato un giorno diventa adolescente, l’adolescente diventa adulto e l’adulto può essere chiamato a indossare una vera uniforme, cosicché il confine tra rappresentazione e realtà, tra fucile di legno e arma autentica, tra celebrazione della guerra e guerra combattuta, può restringersi fino a scomparire per alcuni di quei giovani che dal banco di scuola finiranno realmente in una caserma e poi sul fronte.
Talankin comprende progressivamente che le centinaia di ore raccolte dalla sua videocamera devono essere salvate e fatte conoscere fuori dalla Russia, e il materiale viene quindi trasferito clandestinamente all’estero mentre il rischio personale aumenta, fino alla decisione dello stesso insegnante di lasciare il Paese nel 2024, portando così a compimento un percorso nel quale un dipendente incaricato di produrre immagini ufficiali diventa il custode di un archivio capace di documentare dall’interno il processo che quelle stesse immagini avrebbero dovuto semplicemente celebrare.
Da questo enorme patrimonio visivo nasce Mr. Nobody Against Putin, realizzato da Pavel Talankin e David Borenstein, un documentario che ha conquistato l’Oscar 2026 e che è arrivato anche in Italia grazie a ZaLab, impegnata nella distribuzione del film nelle sale e negli spazi indipendenti, consentendo al pubblico italiano di confrontarsi con un’opera che non racconta soltanto una scuola degli Urali ma solleva interrogativi molto più vasti sul rapporto tra potere, educazione, propaganda, memoria storica, infanzia e guerra.
Il film costringe soprattutto a riflettere sul fatto che il male prodotto da una guerra non si esaurisce nelle distruzioni immediatamente visibili e che, accanto alla tragedia evidente della popolazione aggredita, può esistere un processo più lento attraverso il quale anche la società del Paese aggressore viene trasformata, abituando progressivamente una generazione a considerare normale la presenza dell’uniforme, dell’arma, del soldato e della guerra all’interno di spazi che dovrebbero invece essere dedicati alla conoscenza, al confronto e alla libertà del pensiero.
Ed è forse proprio questa la conclusione più inquietante lasciata dalla telecamera di Pavel Talankin, perché quando il soldato diventa un modello dell’infanzia, il fucile un oggetto familiare, la mina qualcosa che può essere mostrato durante una lezione e la guerra una componente dell’educazione, il fronte non comincia più soltanto nelle trincee o lungo i confini di uno Stato, ma entra nella formazione delle persone, modifica il loro immaginario e rischia di depositarsi nella coscienza di una generazione molto prima che quella generazione sia abbastanza adulta da poter decidere autonomamente che cosa pensare della guerra.
Alla luce di quanto documentato in Mr. Nobody Against Putin sulla progressiva militarizzazione dell’istruzione russa dopo l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 — con minori russi avvicinati alla disciplina militare e, in alcuni contesti, alla conoscenza di armi, mine ed esplosivi — dal punto di vista della sicurezza del territorio italiano potrebbe sorgere una domanda che merita di essere affrontata con equilibrio e senza trasformarsi in un sospetto indiscriminato: per i ragazzi provenienti dalla Federazione Russa e trasferitisi in Italia dopo aver frequentato scuole coinvolte in simili programmi, esistono procedure capaci di individuare eventuali situazioni personali di effettivo rischio e, soprattutto, di favorire un percorso educativo di segno opposto, fondato sulla pace e sulla progressiva rimozione della cultura militare appresa? La provenienza russa o l’aver ricevuto un’educazione militarizzata non possono naturalmente costituire, da sole, elementi sufficienti per considerare un minore una minaccia alla sicurezza nazionale; tuttavia, proprio la gravità del fenomeno mostrato dal documentario rende legittimo interrogarsi su come le istituzioni dei Paesi di accoglienza affrontino le conseguenze educative e psicologiche prodotte dalla militarizzazione russa dell’infanzia.
Il mio pensiero poi torna subito alle mie nipotine Ucraine che vivono da 5 anni nell'Ucraina bombardata costantemente dai droni e dai missili balistici del regime di Mosca guidato da Putin!!! Quello stesso che ordina di addrestrare i ragazzini russi alla Guerra.
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