N°13/2010 Registro Stampa Trib.di Roma il 19/01/2010 - Direttore Responsabile: Giulio de Nicolais d'Afflitto.
NUMERO 85° Novembre 2017 Anno VII° 

UNA NUOVA “COMUNICAZIONE”DEL TERRORE.

Di Ketty Carraffa

UNA NUOVA “COMUNICAZIONE”DEL TERRORE.

 

Da analista e docente di Fotografia, per il mio pezzo sul Natale 2016, caduto nel dolore e tristezza dopo gli attentati ad Ankara e la strage di Berlino, voglio partire da una sequenza di foto e dalla Comunicazione di un “nuovo” terrorismo”, in atto.

Parto dalle foto che ritraggono l'assassino di Ankara, che, il 19 dicembre, ha ucciso l’Ambasciatore russo, durante l’inaugurazione, tra l’altro, di una Mostra Fotografica, dedicata alla Russia, per arrivare alla strage di Berlino, la stessa sera.

L’analisi del soggetto, delle sequenze fotografiche e dei video, subito inviati su tutti i social e i media, mi fanno considerare da un altro punto di vista la situazione alquanto nuova, rispetto ai cambiamenti strategici, che la cultura del Terrore sta avviando da pochi anni in Europa.

Le sequenze drammatiche dell’attentato mortale all’Ambasciatore, riprese anche dalla quotidiana e ormai perenne presenza dei nostri cellulari, evidenziano, oltre alla drammaticità dell’evento, un altro aspetto: il cambiamento totale dell’iconografia tipica dell’attentatore integralista. L’assassino, infatti, deciso nel suo intento efferato e al quale non importa nulla di morire, è un giovane ventiduenne con: giacca, cravatta e pistola e che, non rientrando assolutamente nei canoni della simbologia tipica islamica, riesce a entrare tranquillamente in un luogo frequentato in quel momento da un importante esponente della politica internazionale e da un pubblico selezionato, (sicuramente circondati da poliziotti e sicurezza imponenti)… L’unica simbologia integralista rispettata dall’assassino, è il linguaggio, sono le urla contro la civiltà occidentale, prima di commettere l’omicidio. E anche qui, qualcosa cambia, perché il grido, il messaggio più forte è: “Fate la guerra ad Aleppo, ora tocca a voi”. Nella sequenza delle foto di Ankara, sembra di vivere in una scena di film polizieschi statunitensi, che dalla finzione, entra invece, nella dura realtà di guerra europea e mondiale.

Quindi, pur restando nei termini del Terrorismo globale, l’attentatore concentra il vero problema sul nostro futuro di convivenza civile, mettendoci di fronte alla singola e vera causa e spazza, ancora una volta, anche ripensando alle modalità dell’attentato di questa estate a Nizza, i vecchi clichè del “kamikaze”, di terroristi col turbante e donne col velo o “burka”, imbottite di bombe.

Sono in arrivo i "nuovi", gli emergenti immigrati in Europa, di terza generazione, che d’integrazione, non ne vogliono proprio sentir parlare, che s’immolano singolarmente o affiliandosi, per le loro proprie e personali cause. Attentatori che cambiano i loro modi e mezzi per entrare nella nostra convivenza democratica e di cultura, che si “travestono” da occidentali e che tradiscono la nostra fiducia e sicurezza acquisite. Non sembrano poter essere ancora “vere” le immagini con: il sopraggiungere del camion impazzito a Nizza, su centinaia di turisti in pieno relax e l’attentato al Bataclan, a Parigi, durante un concerto rock. I centri della nostra aggregazione  e di vita “normale”, la nostra visione del mondo e della pace, sono ormai, da quel momento, sempre più in pericolo e messi in discussione.
E a Berlino, l’attentatore del mercatino di Natale situato accanto alla Chiesa del Ricordo, (lasciata appositamente bombardata e non restaurata, memore della tragedia della Seconda Guerra Mondiale), è anch’egli un 23enne, un giovane pakistano, che viveva in un campo profughi della città, in un grande hangar nei pressi dell’aeroporto di Berlino e che aveva chiesto asilo politico.

Il “nuovo che avanza” nel Terrore, conquista fedelissimi e giovani interlocutori, che cercano la morte, che non frequentano le scuole islamiche, che usano internet, che hanno problemi di lavoro e che, quindi, non hanno niente da perdere… a vent’anni.

Sono giovani di seconda o terza generazione, figli di profughi o immigrati, già nati anch’essi in Europa, che non si sono mai integrati.

Il disegno politico collima con quello della Comunicazione, in cui la guerra di classe, vinta dai ricchi con il peso delle multinazionali anonime o meno, sta occupando il mondo intero concentrando però l’attenzione e la vendetta sull’Europa.

Hanno ammazzato l’ambasciatore russo in un momento di stabilizzazione dei rapporti Turchia Russia… Perché?

Dov’è il disegno? In questo momento gli estremismi xenofobi occidentali dichiarano malamente che potrebbero in futuro, arrivare anche terroristi e provocatori, con i migranti che scappano dalle guerre, per unirsi a quelli già residenti in Europa.

Il flusso che proviene dall’Africa, potrebbe invece essere fermato dai governi locali, se facessero politiche di sviluppo e non di sfruttamento, costringendo la gente affamata e senza lavoro, a scappare.  Ma non vi è interesse a farlo.

Il simbolo di questi ultimi avvenimenti è Aleppo, città un tempo meravigliosa della Siria, ora distrutta, dove risiede una guerra di trincea, conquistata e perduta ogni giorno, in una guerra che va avanti da anni.

E noi, qui, in Europa, siamo spettatori e cronisti inermi, a guardare ogni giorno, immersi nel nostro quotidino, immagini di morte e distruzione, che osserviamo città delle ceneri e sconvolgiamo solo per un attimo, il nostro vivere quotidiano.

Ci rendiamo conto che non esistono mezzi concreti per bloccare le nuove strategie del terrore. Come potremmo pensare di “mettere in sicurezza” il nostro vivere quotidiano: strade, hotel, cinema, discoteche, scuole e non consentire gli accessi ai camion o i tir che passano accanto a vie frequentate o “abitate” da centri commerciali frequentatissimi.

L’Europa è un luogo democratico, dove anche una panchina può rappresentare, fortunatamente e ancora, un luogo di aggregazione giovanile.

Non si può certo stravolgere la nostra mentalità o tutto il tessuto urbanistico…

Le capitali europee sono prese di mira, ormai, da attentatori che colpiscono la vita occidentale e democratica, con una “comunicazione diversa” e con una simbologia atipica, cambiata nel corso degli anni.

Pur non avendo la possibilità di ricevere, avere segnali concreti, non possiamo e non dobbiamo pensare che tutti gli “stranieri”, siano potenziali terroristi.

Bisogna ormai cambiare le nostre formule di “sicurezza” tradizionali ma credere che l’integrazione e la richiesta di solidarietà anche da parte delle comunità di immigrati che vivono nelle nostre città, sia la strada migliore per la convivenza di tutte e tutti, contro la barbarie delle guerre, che non uccide il Potere, ma, come sempre, il popolo inerme.

Pubblicato: 21/12/2016
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