Titolo

 
Intervista a Gigi Proietti, regista di "Falstaff e le allegre comari di Windsor", commedia di Shakespeare, con Giorgio Albertazzi, Sandra Collodel, Fiorella Rubino, Vittorio Viviani.

 

 

In foto da sinistra: Sandra Collodel, Giorgio Albertazzi, Fiorella Rubino

a cura di Giulio de Nicolais

D = domanda   R = risposta

 

D. Falstaff, commedia di humors come definiva l'Elisabettiano.

R. Beh...Non è proprio commedia, maybe "farsa"...perhaps...

D. ...ma intesa in senso ottocentesco? O forse, farsa plautina?

R. Beh, anche intreccio!

D. E' questo il suo spessore?

R. Bah! Ma fu la Regina che volle rivedere di nuovo in scena quel personaggio che tanto la divertiva.

D. Ah ecco. Rideva la Regina?

R.  Sembra di sì.

D. Quindi se noi non ridiamo siamo poco nobili?

R. Beh, che centra? 

D.
Ma il titolo vero qual è: " Falstaff e le allegre comari" o semplicemente le allegre comari di Windsor oppure...

R. Comunque molti giochi di parole tipici shakespeariani sono intraducibili. E allora che lingua usare? Ehhhh.....

D. Ma è popolare?

R. Chi?

D. Falstaff...

R. Oddio... proprio popolare...per noi italiani, poi. E' mito. Ma nordico. Beve birra. Ma anche vino. Già, anche vino. Nasce dall'Enrico IV e si parla della sua morte nell'Enrico V.

D. Questo bisogna saperlo per farlo capire al pubblico?

R. Ma no, al pubblico non interessa.

D. E allora?

R. Bah. Se fai teatro devi dimostrare che hai letto e al limite citare le tue letture per fare sapere che sei uno che legge.

D. Ma siamo sicuri? E se mettessimo sul programma i dati di un sito internet e ognuno si leggesse quello che gli pare? 

R. Già ma allora a noi teatranti cosa resterebbe da fare?

D. Beh, il teatro.
E il personaggio Falstaff è teatrale?

R. Non è  teatrale e basta . E' il TEATRO.

D. Come può un personaggio da solo essere il teatro?

R. In pate riunendo in sè tutti gli "umori" delle interpretazioni, i vezzi, le profondità, gli scarti di ritmo, le superficialità, il gonfiore e l'improvvisa secchezza, la grande verità della sua finzione: è aria. E' certo: specchio, non della natura si badi, ma dell'arte. E' frammentarietà, è costruito da pezzi di un tutto che fatica a stare insieme e che si scolla continuamente, rablesianamente, si partorisce in tanti piccoli Falstaffini per incollarsi di nuovo all'improvviso.

D. Ma la tradizione inglese vorrebbe che.....

R. Ripeto, questo su Internet. Noi sappiamo che Falstaff ha bisogno di fare capire alle comari e agli altri che tutti senza di lui burlato, "gli altri", non avrebbero un briciolo di sale! Evviva quidi la burla, olocausto al quale egli si sottopone con la voluttà di chi non vuole che il gioco (teatrale) finisca.

D. Ma è un testo "minore".

R. Siano benedetti i testi minori, perchè in essi è il regno della scena!

D. E la Quickly, chiamata Sveltina e interpretata da un uomo? Perchè?

R. Perchè sì.
si potrebbe dire che è un residuo di antica compagnia shakepeariana che è, come Falstaff, una reminiscenza della prima...ma a che pro? La Sveltina sta in questo nostro Falstaff, degli altri sappiamo poco o niente. Lo scherzo, che è l'opposto del gioco, serve a edificare il gioco teatrale di sempre: quello infantile della rappresentazione. Ringraziamo Iddio, noi attori che abbiamo il privilegio di non avere interrotti i nostri giochi dell'infanzia e che possiamo continuarli fino alla morte, che nel teatro si replica tutte le sere. Le comari giocano e ridono, ridono nella pericolosità estrema del gioco....Che è rischioso quindi eccitante. Morto Falstaff (che è il teatro) non si può far altro che aspettare che si replichi, per mangiarselo di nuovo.
Sono note poco chiare. Ma una regia non è, nè deve essere, un saggio letterario.
Grazie.
                                                                                                                                            Gigi Proietti

Torna alla prima pagina
Vai alla Homepage